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Nel mondo degli investimenti, la regola d'oro che viene insegnata a ogni risparmiatore è sempre la stessa: non mettere mai tutte le uova nello stesso paniere. Questo principio fondamentale ha portato alla nascita e alla diffusione della diversificazione del portafoglio, una strategia essenziale per mitigare il rischio e proteggere il capitale dalle turbolenze dei mercati finanziari. Tuttavia, negli ultimi anni, l'accesso semplificato ai mercati tramite le piattaforme digitali ha generato un malinteso tra gli investitori retail, i quali tendono sempre più spesso a confondere la quantità degli strumenti posseduti con la qualità della loro reale diversificazione.
Molti risparmiatori italiani, spinti dalla comprensibile paura della volatilità e dal desiderio di blindare i propri risparmi, iniziano ad accumulare decine di Exchange Traded Fund (ETF) differenti. L'intento è chiaro: si è convinti che, aumentando il numero delle posizioni, si stia automaticamente abbassando il livello di rischio complessivo.
Questa dinamica genera una mera illusione di sicurezza. Nel gergo finanziario, questo fenomeno viene definito diworsification (un gioco di parole inglese tra diversification e worse, peggio), ovvero un peggioramento del portafoglio causato da un eccesso di zelo. Aggiungere continuamente nuovi fondi non significa necessariamente esporsi a nuovi fattori di rendimento slegati tra loro. Al contrario, quando si supera una certa soglia di strumenti, i benefici marginali della diversificazione si azzerano, lasciando il posto a una complessità gestionale inutile e, spesso, dannosa per le performance di lungo periodo.
I contro dell'iper-frazionamento: quando avere troppi ETF diventa un problema
Costruire un portafoglio composto da quindici, venti o persino trenta ETF diversi comporta una serie di svantaggi pratici che l'investitore medio tende a sottovalutare in fase di acquisto. Il primo e più evidente problema riguarda l'inevitabile aumento dei costi operativi.
Sebbene gli ETF siano rinomati per le loro basse commissioni di gestione rispetto ai fondi comuni tradizionali, ogni singola operazione di acquisto o vendita sui mercati regolamentati prevede delle commissioni di intermediazione imposte dal broker o dalla banca. Moltiplicare queste transazioni per decine di strumenti significa erodere silenziosamente il capitale, alimentando quei costi nascosti che finiscono per pesare pesantemente sul rendimento finale.
Il secondo ostacolo è rappresentato dalla difficoltà nel ribilanciamento. Un portafoglio sano deve essere riportato periodicamente ai suoi pesi originari (per esempio, vendendo la parte azionaria che è cresciuta troppo per ricomprare la parte obbligazionaria). Eseguire questa operazione su tre ETF richiede pochi minuti; farlo su venti ETF richiede calcoli complessi, fogli di calcolo avanzati e, di nuovo, un esborso massiccio in commissioni di transazione e potenziali imposte sul capital gain.
Ma il rischio più insidioso dell'iper-frazionamento è senza dubbio l'overlapping ETF, ovvero la sovrapposizione delle posizioni. Molti investitori non analizzano a fondo i documenti informativi (KID) degli strumenti che acquistano. Di conseguenza, finiscono per comprare un ETF sull'S&P 500, un ETF sull'azionario globale (MSCI World) e un ETF sul settore tecnologico globale. Il risultato? Stanno acquistando le azioni di colossi come Apple, Microsoft e Nvidia tre volte, attraverso tre veicoli diversi. Invece di diversificare, stanno concentrando il loro rischio su un manipolo di aziende tecnologiche americane, pagando tre volte le commissioni di gestione per avere in mano, di fatto, lo stesso identico sottostante.
Il portafoglio minimalista: pro e contro di investire in pochi ETF
All'estremo opposto dello spettro troviamo la filosofia del portafoglio minimalista, spesso associata al concetto di "Lazy Portfolio" (portafoglio pigro). Questo approccio si basa sull'idea che sia possibile catturare quasi per intero i rendimenti del mercato azionario e obbligazionario globale utilizzando un numero estremamente ridotto di strumenti, a volte persino due o tre ETF ben calibrati.
I vantaggi di questa scelta sono innegabili. In primo luogo, si ottiene un abbattimento totale dei costi superflui. Gestire due soli ETF riduce al minimo le commissioni di transazione e rende il ribilanciamento annuale un'operazione alla portata di chiunque e realizzabile in pochi clic. Inoltre, la semplicità estrema offre una grande chiarezza mentale: l'investitore sa esattamente in cosa sta investendo, eliminando alla radice il problema delle sovrapposizioni.
Tuttavia, anche l'approccio minimalista presenta dei limiti che vanno considerati. Un portafoglio composto solo da un ETF azionario globale e uno obbligazionario globale potrebbe risultare troppo generico per alcuni profili. Questa struttura impedisce di sovrappesare aree geografiche specifiche o di esporsi a megatrend secolari (come la transizione ecologica o l'innovazione medica) che potrebbero sovraperformare il mercato generale.
Inoltre, se si sceglie di concentrare tutto il proprio patrimonio in due soli strumenti emessi dalla stessa casa di gestione, si introduce un teorico rischio emittente. Sebbene i patrimoni degli ETF siano separati da quelli della società che li gestisce, variare i fornitori (ad esempio utilizzando emittenti diversi per la parte azionaria e quella obbligazionaria) aggiunge un ulteriore, prudente livello di protezione legale e operativa.
Efficienza e trasparenza: come trovare l'equilibrio ideale
Tra la paralisi analitica dell'iper-frazionamento e la rigidità del minimalismo estremo, esiste una via di mezzo che permette di massimizzare i rendimenti senza rinunciare alla semplicità. Raggiungere la vera efficienza significa costruire un'architettura finanziaria che sia al contempo robusta, economica e aderente agli obiettivi di vita del risparmiatore.
La soluzione più adottata dai professionisti indipendenti è la cosiddetta strategia core-satellite, che prevede la costruzione di un "nucleo" (core) centrale del portafoglio, composto da pochi ETF globali e ampiamente diversificati, che rappresenteranno la fetta più grande del capitale (ad esempio il 70-80%). Attorno a questo nucleo solido, vengono fatti ruotare alcuni "satelliti", ovvero un numero limitato di ETF settoriali, tematici o geografici (il restante 20-30%), scelti per cercare di catturare extra-rendimenti o per assecondare specifiche visioni di mercato dell'investitore.
Ma qual è il numero ideale di strumenti finanziari per far funzionare questa strategia senza ricadere negli errori del passato? Per farsi un'idea concreta può essere utile consultare articoli dedicati, per esempio approfondendo su quanti ETF avere in portafoglio secondo IoInvesto, vero e proprio punto di riferimento nel nostro Paese per quello che riguarda la consulenza finanziaria indipendente.
Il ruolo della consulenza indipendente nell'ottimizzazione del portafoglio
Richiedere una consulenza finanziaria indipendente risulta determinante per costruire e mantenere un portafoglio efficiente. A differenza del promotore bancario, infatti, il consulente autonomo "fee-only" viene remunerato esclusivamente a parcella dal cliente. Questa assenza di conflitto d'interesse garantisce che i consigli forniti siano orientati unicamente alla protezione e alla crescita del patrimonio dell'investitore, senza alcuna spinta commerciale verso prodotti inefficienti. In Italia i consulenti finanziari autonomi sono iscritti all'albo unico tenuto dall'OCF, l'organismo di vigilanza del settore.
Il primo passo di un percorso con un consulente indipendente è sempre un check-up del portafoglio esistente. Attraverso un'analisi ai raggi X, l'esperto è in grado di rilevare i costi invisibili e calcolare l'impatto reale delle commissioni sui rendimenti futuri.
Una volta eliminati i "rami secchi", il consulente progetta una strategia su misura, snella e trasparente, basata su ETF a basso costo. In questo modo, è possibile trasformare un caotico insieme di strumenti finanziari in un vero e proprio motore di libertà finanziaria.